“Finché respiri sei vivo, continua a respirare”

SUBIACO (RM) 24-12-2016

  

river rescueA pochi passi dal centro del paese di Subiaco scorre il fiume Aniene e nel giorno della vigilia di natale a qualche metro dal centro sport fluviali nonché centro di formazione Rescue Project si è verificato uno spiacevole incidente ad un ragazzo del posto.

Noi del centro abbiamo chiesto a lui di raccontarci l’accaduto con un breve testo che vi riportiamo di seguito.

 

“Finché respiri sei vivo, continua a respirare” 

Nella vigilia del Natale 2016 sono uscito di casa nel primo pomeriggio, per fare delle foto. Era un po’ che mi cimentavo in questo passatempo. La natura era la mia modella e io facevo il possibile per coglierne la sua immensa bellezza. 

Mi tornò in mente Cillittinu, una cascata chiamata così in onore della persona che vi cadde dentro e morì. Valeva la pena di dedicarle la mia attenzione in quel giorno e così ho raggiunto “la Parata”, un fitto bosco a ridosso del fiume a circa un km dal centro del mio paese, Subiaco. 

cascata cillittinuNon dissi a nessuno dove stavo andando, perché ero convinto che si trattasse di qualche minuto, il tempo di pochi scatti. 

Le condizioni del terreno al fianco della cascata non erano delle migliori. Mi avvicinai a quell’immensa lingua d’acqua con imprudenza. Due scatti ben inquadrati, poi qualcosa andò storto e a testimoniarlo c’è anche una terza foto alle nuvole, ma il merito di quello scatto è di un mio riflesso incondizionato, dato che in quel momento mi trovavo gi
à in aria, o meglio, precipitavo giù, forse proprio come era accaduto allo sventurato Cilittinu.

 

L’atterraggio non fu dei migliori: urtai il fianco sinistro su uno scoglio, e in un attimo mi ritrovai in un inferno d’acqua. Una volta lì sotto, ricordo di avere esaurito la mia scorta di ossigeno, perché l’impatto con l’acqua gelida mi aveva fatto spalancare la bocca bevendo molto. 

Pensai, “Dio mio, sto morendo” e più mi agitavo, più andavo a fondo. Mi restavano ancora pochi secondi di autonomia, “gli ultimi” ne ero certo. E mentre da un lato temevo per il peggio, dall’altro continuavo a sperare. Pensando a un modo per risalire in superficie conclusi che dovevo abbandonarmi alla forza del fiume, non opporgli resistenza, lasciarmi trasportare dalla corrente e il bello è che funzionò, l’Aniene mi riportò a galla.

 

Un volta messa la testa fuori, però, non riuscivo a respirare, avevo l’acqua nei polmoni, ma la buttai fuori istintivamente, dando di stomaco. Allora finalmente presi una bella boccata d’aria, e mi aggrappai ad una roccia adiacente alla cascata.

 

Incredulo d’averla fatta in barba alla morte, mi guardai attorno. Osservai le mie gambe sollevate dall’acqua e mi accorsi che quella sinistra assumeva una posizione anormale. Mi spinsi a riva nel tentativo di alzarmi, ma fu tutto inutile. Non controllavo più la gamba sinistra, ed ogni tentativo di muoverla sfumava in un grido di dolore. 

Feci il quadro della situazione:

stavo congelando e nessuno sapeva dove mi trovassi. Per di più nella caduta avevo smarrito il telefono e stava per calare la notte. L’impedimento più grave risiedeva però nella ferita alla gamba: era, come scoprii in seguito, una pluri-frattura scomposta del femore. Conciato così come avrei potuto ripercorrere un km di cammino a ritroso nel bosco? 

La cosa più sensata che mi venne in mente fu quella di gettarmi di nuovo nel fiume, e di percorrerlo, con la speranza che la corrente mi facesse accelerare i tempi, anche se ad essere onesto, questo era solo un disperato tentativo di aggrapparmi alla vita.

Il fiume mi trascinava, insignificante come un ramoscello giù per il tragitto. Dicevo a me stesso “Finché respiri, sei vivo, continua a respirare”. 

Impiegai circa trenta minuti per arrivare nel punto dove, ero sicuro, avrei trovato soccorso. 

Non sentivo freddo, non sentivo nulla, solo il sapore del sangue in bocca, per via delle ustioni causate dal freddo che mi avevano recato dei tagli per tutto il palato. 

Le braccia, ormai, si muovevano appena, la mia temperatura era scesa a circa 26° corporei. Ricordo che gli ultimi 10 metri li percorsi strisciando nell’acqua bassa. Poi finalmente vidi il ponte di Sant’Antonio con sopra delle persone. Urlai e venni soccorso. 

Aspettai l’ambulanza ancora immerso nell’acqua gelida. E ricordo che mentre pregavo, la luce del giorno spariva arrivando con me al “traguardo”.

Mi caricarono sull’ambulanza e mi portarono di corsa in ospedale.

“Finché respiri sei vivo …continua a respirare.” 

Come centro di formazione per il soccorso fluviale ci sentiamo di affermare che la conoscenza dell’ambiente fiume è ancora molto scarsa e che di conseguenza vengono sottovalutati i pericoli che si corrono.

L’incidente poteva concludersi nel più spiacevole e come soccorritori fluviali ci teniamo a fare i complimenti al ragazzo che nonostante la temperatura sia dell’acqua che della fredda giornata invernale è riuscito a riportare la pelle a casa.

"Finché respiri sei vivo, continua a respirare" Cronaca di un incidenteCon questo breve racconto vogliamo sensibilizzare chiunque si avvicini al fiume dal pescatore al semplice escursionista che l’imprevisto è dietro l’angolo e una piacevole e bella giornata potrebbe trasformarsi con pochi minuti in tragedia.

Con un minimo di formazione e informazione tali incidenti si evitano.

 

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